Bedobidubida

NA-NA-NA-NAI. Testi di Davide Bergonzoni.

La porta di Dio è in mezzo al bosco

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“Oh, Dio…”, la carcassa di un grosso porco selvatico è dimenticata dall’uomo, soffocato dalla terra che gli offre il suo giaciglio, dimenticati entrambi dalla foresta, nelle congiunzioni astrali astratti, ricordo del nulla divenuti, giacciono coperti dalle foglie gialle di un autunno triste, cadono i ragni che dio aveva calato dal cielo sulla mia testa, il ricordo ascolta il rumore e i ragni per terra, precipitati come l’autunno triste al suolo toccano dio con le otto zampe, dal rumore inseguiti, dal rumore protetti, tra le foglie, nascosti, fascinosi, terribili, ipnotici, insidiosi, spaventati, mortali, spietati, sadici tra le foglie sudicie di dio raggiungono quel bosco che cercano, in quella foresta che conoscono, accompagnano il rumore innanzi alla porta, al di sopra del sasso, al di sopra del porco e dell’uomo, al di sopra di dio, davanti alla porta, giunto dal nulla, bussa tra le piante a quella piccola porticina, soffia sulla soglia, attende con pazienza che le sia concesso l’accesso innegabile a quell’edificio inspiegabile, al corridoio bianco, dalle bianche pareti, dalla mia paranoia edificate, adorne delle note e dei disegni di tutto l’amore che trovai sul pianeta dell’uomo, pareti bianche, le dipinsi delle urla di sei miliardi di persone, quel giorno che il rumore bussò alla porta e si fermò lì innanzi.
Si pensò che un uomo, in un presente codificato dall’uomo, un essere umano avrebbe dovuto dare senso alla sua piccola vita, che un piccolo uomo, sarebbe stato il momento, avrebbe dovuto risolvere la pena della sua lenta morte nonché della sua tediosa, umile, avvilente, esile vita e perciò il rumore si fermò innanzi alla porta che lo separava dal corridoio bianco e, nel mentre che dilagava il suo canto cacofonico e infinitamente cromatico, così forte da essere scambiato per impercettibile, le grida tutte, di tutti gli enti, si posarono ovunque, pazientando, senza fiatare, di entrare ben accetti.

 

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La prigione del Despota – Atto II Scena seconda

Gregorio sta spazzando. Sull’impalcatura al centro del palco c’è una bara di legno, con il coperchio in vetro. Dentro c’è il corpo di Gedeone. Tutto intorno dei fiori. È morto, giace con gli occhi chiusi. Da fondo palco si odono delle grida, miste a risate isteriche.
Gloria: “Gregorio! (Ridacchia istericamente) Gregorio è successa una cosa terribile… almeno credo…”
Gregorio alza gli occhi, lascia cadere la scopa a terra. Nel contempo si sentono i passi di Gloria frenetici (microfonati e distorti) avvicinarsi sempre di più. Gloria entra in scena con il fiatone.
Gregorio: “Gloria, cosa è accaduto?”
Gloria (pianto misto a riso): “Gregorio, non si muove più!”
Gregorio: “Chi non si muove? (La scuote) Coraggio, dimmi Gloria!”
Gloria: “Mio marito!”
Gregorio: “Oh mio Dio! Cosa gli è successo?”
Gloria: “Credo che sia caduto, sì, deve essere caduto dal suo studio, talvolta si sporge, per guardare un po’ come procedono il lavori qui nei dintorni, o per guardare la sua torre…”
Gregorio: “Oh, Gloria… non sarà…”
Gloria: “Oh… Oh Gregorio, non dirlo nemmeno… io non credo, era immobile come un baccalà… ma effettivamente respirava ancora, se fosse… oh io… non posso dirlo nemmeno… io, se fosse, insomma, se fosse quella cosa là, non sapremmo più come fare, io non ce la farei… Oh, no! (con il dorso della mano sinistra sugli occhi e l’altra tesa in avanti, palmo semiaperto, scappa lamentandosi verso centro palco), non ci voglio nemmeno pensare!” (Si siede sulla panchina dell’impalcatura centrale)
Gregorio: “Dobbiamo chiamare un medico!”
Gloria: “L’ho già chiamato io, dovrebbero essere qui a momenti”
Suona un campanaccio.
Gloria: “Oh, devono essere loro, corri ad aprire Greg!”
Gregorio corre ad aprire. Non fa in tempo ad aprire la porta che un medico seguito da due infermieri irrompe nell’appartamento.
Medico: “Buongiorno signora, dov’è suo marito?”
Gloria (ricomponendosi): “Oh, buongiorno signor Medico, che piacere vederla! Gregorio, porta qui Caro, svelto, non vogliamo mica far notte! E lei, signor Medico, la vedo in forma… mi sembra cosa strana per uno che ha a che fare con dei malati moribondi. E i ragazzi, saranno stanchi! Appoggiate quella portantina pesantissima e accomodatevi qui, guardate che bei fiori! (Gli infermieri vedono il cadavere e sono un po’ titubanti) Avanti, non fate complimenti! Questo è Gedeone, mio figlio, purtroppo è deceduto in un tragico incidente, ma abbiamo pensato di tenerlo con noi per non dimenticarlo mai. Volete qualcosa da bere?”
Medico: “Veramente…”
Gloria: “Ma non faccia complimenti! (Dalla cassa estrae una caraffa, un vassoio e delle tazzine) I suoi ragazzi sono stanchi morti, vorrano sicuramente un po’ di caffè!”
Gregorio: “Cara, non lo trovo!”
Gloria: “Ma Gregorio, l’ho messo proprio di fianco alla siepe, perché si vedesse meglio!”
Medico: “Forse, signora Gloria, possiamo fare noi…”
Gloria: “Ma no, ma no, ma no, ma no, ma non ci pensate nemmeno, siete stati così gentili a venire fino qui, ci mancherebbe altro che vi facessi cercare mio marito in mezzo ai rovi… Tenete ragazzi, ecco a voi un buon caffè nero!”
Infermiere Primo (adombrato con piacere dall’abbondante seno di Gloria): “Con molto… molto (accentuando) piacere!”
Infermiere Secondo (imbarazzato): “Volentieri, grazie, ne avevo proprio voglia…”
Gregorio (affaticato, sforzandosi): “L’ho trovato!”
Gloria: “Bene, muoviti! Respira ancora?”
Gregorio: “Direi di sì!”
Gloria (sollevata, con leggerezza): “Oh per fortuna, quando l’ho trovato mi è mancato il respiro, avevo pensato che… che sì, insomma, che non ce l’avesse fatta, poi mi sono avvicinata e mi sono resa conto che i suoi polmoni funzionavano, allora anche io ho ripreso a respirare, a respirare sempre meglio, fino a che non sono riuscita a gridare: (grida) Gregorio! Gregorio! Ho gridato così!”
Gregorio, sentendola gridare ancora, si precipita con il corpo di Nano sulle spalle.
Gregorio (affannato): “Eccomi, cara!”
Gloria: “Oh, bene Gregorio, fallo vedere al signor Medico, su. Vede signor Medico, è stecchito, io l’ho trovato così, venite a vedere anche voi ragazzi (i due infermieri si avvicinano con le tazzine di caffè in mano, lo guardano), tu Gregorio, mettilo sulla barella, forza! (Gregorio lo adagia sulla barella alla bene e meglio) Vedete, pare che non senta nulla…”
Medico: “Signora Gloria, la ringrazio per l’ospitalità, ragazzi, ringraziate la signora Gloria che è stata così gentile!”
Infermieri: “Grazie, signora Gloria, il caffè era molto buono”
Gloria: “Grazie, grazie, non c’è di che, vi prego, fate del vostro meglio, mio marito è nelle vostre mani!”
Medico: “Non tema signora Gloria, glielo riporteremo in un attimo!”
Gloria: “L’importante è che non soffra!”
Gregorio: “Non dire così, Gloria!”
Medico: “Forza ragazzi, si va!”
Gloria: “A presto, allora!”
Il Medico e gli infermieri escono di scena. Gloria assume di nuovo un atteggiamento tragicomico.
Gloria: “Oh povero caro… (Di scatto, prendendo la mano di Gregorio) Gregorio! Ce la farà?”
Gregorio: “Eh, chi lo sa, Gloria, chi lo sa. (Le bacia la mano destra. Lei finge un atteggiamento pudico da civetta ritraendo la mano, voltando il capo, tenendosi il mento con l’altra) Ma quanto ci mettono quelli?”
Gloria: “Bè, caro, non essere impaziente (lui comincia ad andare avanti e indietro), ho bisogno di essere consolata, sono scioccata (lo afferra per un braccio), vieni a consolarmi, insomma!”
Gregorio: “Ma cara!”
Gloria: “Devi, mio caro, devi!”
Suona il campanaccio.
Gloria (irritata): “Ma chi è? Si può sapere chi è?”
Gregorio: “Forse è il medico!”
Gloria: “Forse è lui!”
Gregorio: “Può darsi…”
Gloria: “Già… Normalmente i tempi di attesa, per le agonie soprattutto, sono molto più lunghi… non mi hanno nemmeno dato il tempo di piangere come si deve e di farmi un po’ consolare!”
Gregorio: “Vado a vedere”
Il campanaccio suona un’altra volta.
Gregorio: “(a Gloria) Sono proprio loro. Prego, entri signor Medico”
Entra il Medico, seguito dai due infermieri, uno dei quali porta una valigetta da medico e l’altro una sedia a rotelle coperta da un telo bianco con un fiocco.
Medico: “Eccoci qui, fulminei ed efficaci!”
Infermieri (tutti contenti): “Eccoci anche noi!”
Gregorio: “Meno male siete già qui!”
Infermieri: “Come sta signora Gloria?”
Gloria (confusa): “Bè, io bene, grazie e… e voi state bene?”
Medico: “Molte grazie, stiamo molto bene…”
Gregorio: “Siamo felici…”
Medico: “Abbiamo pensato… ecco, tutti e tre, visto che sta passando un brutto momento, avevamo pensato di portarle un presente per ringraziarla dell’ospitalità…”
Infermieri: “Già… un presente, noi tre, avevamo pensato (ridacchiano, ebeti), per lei, un regalo, insomma…”
Gloria (tra il preoccupato, il premuroso e il perplesso): “D’accordo… ma state bene? C’è qualcosa che non va forse…”
Medico: “No, no signora Gloria, è che abbiamo pensato di farle un regalino… Su, coraggio ragazzi, venite avanti (i ragazzi si fanno avanti). Fatele vedere! (Le porgono una corona di fiori) Spero che le piaccia!”
Gloria (con un lungo gemito di entusiasmo): “Ohooo, ma sono fantastici! (Prende i fiori) Li metterò lì, vicino a quelli di mio figlio, staranno benissimo, hai visto che belli?” (Gregorio li sistema)
Gregorio (guardandosi intorno): “Già, Gloria, sono molto belli, ma tuo marito dov’è?”
Il Medico si volta in direzione degli infermieri.
Gloria: “Oddio, mio marito, è vero, dove avete messo mio marito?”
Medico (voltandosi in direzione di Gloria): “Stia calma signora, è tutto sotto controllo!”
Gloria: “Questa gentilezza… e questi fiori, non sarà per caso che mio marito è…” (Lo cerca spasmodicamante girovagando per il palco, il Medico la segue, cercando di calmarla, Gregorio fa lo stesso)
Infermiere Primo: “Ma non dovevi prenderlo tu?”
Infermiere Secondo: “Ma no, al contrario, io credevo te ne saresti occupato tu!”
Infermiere Primo: “Ma il medico ha detto: chi sceglie i fiori pensa alla sedia a rotelle e al fiocco e l’altro paga i fiori e porta il marito!”
Infermiere Secondo: “Ma no, ti sbagli, aveva detto: chi sceglie i fiori mette il marito sulla sedia a rotelle e l’altro li paga e sistema i fiori e il fiocco!”
Gregorio cerca di fermare Gloria, colta da un’improvvisa scenata isterica, poco credibile ed eccessiva. Il Medico si rivolge agli infermieri.
Medico: “Cosa state blaterando, andate a recuperare il marito della signora Gloria nella lettiga, svelti!”
Infermiere Secondo: “Il fatto è che sono io che ho pagato i fiori, di conseguenza non ho fatto caso al marito e mi sono occupato del fiocco!”
Infermiere Primo: “Stai dicendo fandonie, io ho scelto i fiori e infatti ho pensato a sistemarli sulla sedia!”
Infermiere Secondo: “Ma io ho pensato al fiocco, signor Medico, mi deve credere!”
Infermiere Primo: “E se io non li avessi scelti, a quest’ora eravamo ancora dal fioraio, creda a me!”
Medico (furioso): “Basta! E lei signora, si calmi! Suo marito è di là nella lettiga. Voi due, andate a prenderlo, prima che le venga un attacco apoplettico!” (I due infermieri escono confabulando)
Gloria (delirante): “Oh, mio marito, Gregorio, mio marito è scomparso, è svanito, è volato in cielo e nessuno ce lo vuole dire. Almeno ce lo dicessero, prenderemmo tutti i provvedimenti! Hanno portato i fiori! Oh, cielo, che angoscia!”
Gregorio (scuotendola): “Calmati, cara! Calmati!”
Gloria: “Oh, mio Dio, Caro è morto, devo subito chiamare il notaio! (Si avvicina al telefono, prende la cornetta) Signor Notaio, sono Gloria! È successa una cosa terribile!”
Gregorio: “Gloria cara, non farti prendere dal panico, ha detto il signor Medico che è tutto sotto controllo”
Gloria: “Sì signor Notaio, si tratta di mio marito, ho ricevuto la notizia poco fa!”
Gregorio: “Ma cosa dici!”
Medico: “Signora Gloria, si calmi, è di là nella lettiga, i ragazzi lo stanno portando qui”
Gloria: “È di là, signor Notaio, stecchito, nella lettiga, lo stanno portando qui! Certo, signor Notaio, è chiaro che sono disperata! Anzi, sa cosa le dico, che credo di essere in procinto di svenire, a presto signor Notaio e grazie ancora. Sto svenendo!” (Come per attirare l’attenzione)
Medico e Gregorio si apprestano ad aiutarla.
Medico: “La regga!”
Gregorio: “La tengo!”
Medico (aprendo la valigetta): “I sali! Molto bene, le regga la testa, eccellente signor Gregorio!”
Gli infermieri tornano con Nano sulla sedia a rotelle.
Medico: “Ecco suo marito!”
Gloria (stupita): “Oh, cielo, eccolo! Ma allora è vivo!”
Medico (con atteggiamento professionale, schiarendosi la voce): “Eh ehm, sì, diciamo che respira”
Gloria: “Mi dica dottore… Sta soffrendo?” (Gregorio l’abbraccia, facendole coraggio)
Medico: “Questo è da escludere, non sente nulla”

Nell’autunno di Joël Robuchon

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Ti senti come a casa tua, senza fronzoli, senza veli, senza paraventi, ti immagini di essere in una reggia. Ecco la grandezza.
Nessuno ti fa sentire come un re. Tu sei un re.
Grandissima ventata d’estate, dietro le spalle, verso l’autunno.

Un puntino di erba cipollina, una sezione di pimiento del piquillo, tre nocciole, fresche
Un croccante alla paprika, una quenelle di astice, il suo succo
La carne di granseola
L’avocado, fresco

Due foglie di cavolfiore
Raviolo giapponese con coquillage, esplosione in bocca di scorza di limone e estragone
La schiuma cremosa, spumosa
Noilly Prat
La foglia del cavolfiore saltata con l’acciuga

Vongole!!!

Siamo tutti qui, nell’oro e nel nero. Nell’autunno di Joël Robuchon, della cameriera timida, del buon maître de salle.
Non si viene qui per confermare l’eleganza ostentandola, ma si viene qui essendo eleganti, intimamente. I sorrisi sono sorrisi, non scambi di convenienza.

Il vino fa il suo dovere, mi tende la mano, elettrizza le dita.
Il vino mi ubriaca, ma la cravatta non stringe, è portata da collo regale, regalmente.

Il tavolo di anziani bimbi si accende, le mani in aria, le dita nel burro, le risa nel bolo ancor non deglutito, i discorsi di cibo, d’amore, nella bocca impastata, i discorsi di tutta una vita di amici insieme, con una sola astenia, nel mio silenzio d’inchiostro. Nel mio silenzio di sguardi.

Vellutata di castagne, purea di topinambur, topinambur croccanti al forno, trompettes de la mort, castagne, chiodini, porcino

I sapori del sottobosco, qui siamo nella foresta.
È l’autunno.
È qui. Hic et nunc.

L’anatra. Il suo dono. Il sacrificio.
Il fico, la composta di fichi
Involtino croccante, purea di fico
Crosta croccante. Foie gras perfetto

E perfetto pulsa il sangue nelle vene, viziato, coccolato, profumato.

San Pietro alla piastra, al limone, la carne, al limone, la scorza (la scorza di limone a julienne, confit), lo spinacio, le foglie, il prezzemolo, la purea sotto la caponata di pomodoro, cipolla e coriandolo, il piquillo

Nelle botti di Château la Négly, Coteaux du Languedoc nelle botti, gira, gira, gira, gira, il San Pietro torna qui da noi, nella mia botte gira, gira, gira, tutto è avvolto dal velluto dell’altro sapore.

Un mazzetto di timo, l’aglio confit
Le costolette d’agnello

La purée
Il burro. Le patate.

Gelée di mirtilli
Boule di ribes rosso
Crema di papaya

Lo zenzero e polvere di ciliegia

Grani d’uva
Polvere d’oro sul cucchiaio

Tutto in freschezza.

Sorbetto esotico
In cima coulis di frutto della passione e vaniglia
Fondente all’interno, sodo e morbido all’esterno.

La fine in gentilezza.

Se fossi romantico, ti direi che ho fallito

Di quanti specchi ho bisogno, per essere vero?
Basta un vetro rotto, una goccia di sangue o un gemito.
Bastano per tornare indietro, a quella stagione mite che ho storpiato con una smorfia, degli occhi, del naso e la faccia, che più mi guardo, più non ci credo, ché da lontano è meglio, ché le metafore servono, perché non ho bisogno di nessun dolce verso poetico che abbellisca la presa mortale di una paura spietata.
Spianate strade, scalate fecali, fermata barocca, scavalca gargoiles, archetipi, topici luoghi mitici dell’angoscia spensierata che gioca con il giogo gongolante di un dolore autoreferenziale.
Sfuggo a me stesso, sfilo dalla tasca e fumo il monossido di carbonio necessario per uccidermi un’altra volta, una volta ancora, quanto basta per sentirmi ancora.
Forse in vita.
Forse in piedi.
Tra un movimento del braccio e il clamore del bicchiere sopra il tondo, sibila il pensiero distruttivo, nello spazio tra una lettera significativa (o meno) e l’altra.
Tanto vale scrivere subito che ti amo, anche se non so chi sei.
Una leggerezza in meno, perché, come fosse niente, è vera.
Un peso in meno, che se volessi prendermi per matto, c’è sempre una parola di troppo per puntare il dito.
Il delirio di onnipotenza e la sua bottiglia di vodka non mi portano più lontano da te. Nella tua assenza, in cui non ho bisogno di sostare, quella voglia che mi hai dato, di perdermi nel trambusto di un’idea.
Dietro un velo neanche troppo organico, lustro di luce, in una scatola di aneliti, ho trovato un tesoro, ma non ho gli occhi per guardarlo, né le mani per portarlo via con me.

 

 

 

 

Unico assente

Cade una lacrima dal trespolo del cielo, gli cade sul viso, la tocca con la mano che passa sulla guancia e asciuga il ricordo di una stella, di un sasso e di una foglia, o di un incendio.
Si guarda la mano.
Si perde fortunatamente ancora, si accomoda sul trespolo.
Immobile il cielo. Nel centro dell’angolo parla alla terra.
Trema umano traumatico catartico scorticamento carnale, diktat all’autòs, tragico come l’attore, antico come la ubris, dentro alla maschera negli occhi di uomo, dentro gli occhi di attore, sfila il dramma, nella posizione asimmetrica, con le unghie del morto ancora vivente, procede e riempie di sangue le scene e infligge al silenzio un suono straziante, a scorticare l’organico dall’organico e l’organico dall’inorganico, quel poco che resta del nero di un’anima corrotta dal “sé”, cervello retrattile che implode nella bestemmia della triade santa con la sua sola idea di prossima assenza, si spoglia del grido, la pelle dell’anima morta, sotterra il cadavere, concima di umori i rumori psoriasici dell’epidermide secca, la carne per le necessità del dolore, ché altrimenti più vivo di così non sarebbe, scava e scortica, mostra l’osso come nell’orgia più crudele, le unghie lunghe le appoggia alla tomba, fa leva, le dita a nudo, gli artigli al suolo, ripulisce coi denti l’arto sanguinolento, la nausea brucia, gli occhi si incendiano, scaraventa sul sasso preistorico della sua nuova tomba il cranio frantumandolo, esplodendo in mille pezzi di grigia materia nera.
Cosa rimane?
Rimane in piedi, a guardare il pianeta, sul trespolo del cielo.
Niente applausi.
È l’unico assente, presente serio pubblico pagante, unico martire.

 

 

 

Edvard Munch, Skrik (L’urlo)

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Angoscia bidimensionale si stira e si scompone nell’illusione della terza dimensione, le stranezze della quarta, nel non senso della solitudine, la scelta totale di morte nella miglior vita che si possa contemplare.
Là si contorce, nella velenosa sua seducente verginità, la Madonna spoglia di peccati, buco nero delle voluttà, spirale per la danza senza fine di centinaia di spermatozoi suicidi e innamorati, irrequieti contro il muro dell’irragiungibile diventato ideale, sensuale impossibilità, impotenza virile. La scelta totale.
“Ti ho sfiorato con il Mondo”, Dio ti ha sussurrato un silenzio, ti ha lasciato l’unica alternativa possibile a chi decide di vivere nella sola propria vita, dentro le cantine del cervello, insonorizzato, guardando senza essere visto, dietro un quadro; dietro un quadro, davanti a tutti, senza gli altri, in un muto falso soliloquio, nei colori di sangue, sulla tela dello specchio.
Un occhio per l’amore e un occhio per la rabbia, due occhi aperti per il dolore di sempre, regalo impertinente, per uno scambio di sangue e disarmante immobilità.
E il chiaro di luna, per gli angoli bui e gli anfratti nascosti, un bicchiere vuoto e uno pieno, un tête à tête senza lo specchio, ma con lo specchio di se stessi, l’immagine riflessa non riflessa ma proiettata, solo temuta e approssimata in sorridente putrefazione, i tempi sullo spazio si ripiegano sopra gli infelici, trapassandoli, con il bagliore lunare si annidano nelle nicchie marce del pensiero lacrimoso dei cuori che si sfaldano. Sfumano i corpi, sfinendoli nel cervello, un mélange con il resto del tutto più impotente del morto che muore, colpevole di tutto e della sua impotenza.
E l’urlo senza urlo, nel grido cosmico, riassunto del caos, è un urlo che nessuno vuole gridare. E che nessuno può. È un urlo senza voce, che nessuno osa, che nessuno emette. Nemmeno il pazzo che lo produce.

E poi… l’autunno!

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Foie gras con pan brioche e composta di fichi

GRAN MENU D’AUTUNNO II

Antipasti

Foie gras con pan brioche e composta di fichi
Crema di zucca con pancettina croccante al timo e trombette del diavolo in tempura
Caramelle di pasta fresca con funghi porcini e formaggio colante
Vol-au-vent alla fonduta di Taleggio e tartufo, patate sautè e funghi porcini in salsa

Antipasti caldi

Coscia di pernice in sfogliata di polenta e funghi porcini in fondo bruno ristretto e pepe
Crema calda di funghi porcini e pancettina croccante affumicata al tabacco, con le sue caramelle croccanti al Taleggio fumante

Primi

Risotto ai funghi porcini
Mezzelune ripiene di pernice con funghi porcini in salsa al midollo

Secondi

Scalogno confit
Magret de canard con salsa all’uva
Spigola dorata sulla sua pelle, brodo di carciofo violetto all’arancia e coriandolo, olio di argan
Petto di piccione arrosto laccato, polvere di arachidi grigliate, galletta alla frutta secca, salsa di prugne
Costata di vitello da latte dorata, porcini e mele in cocotte con alloro fresco, fondo bruno al Banyuls e scalogno confit

Dolci

Pere caramellate in salsa di arancio e cannella sfumate al Calvados

 

Non lontano da qui c’è un posto nomade

Mi aspetta nell’ombra neanche troppo lontana quella puttana della mia coscienza.
Seduto la guardo e la lascio parlare.
Mi stressano le molteplici erre mosce francesi, mi infiammano le corde vocali, mi istigano all’ipocondria obbligata e alla cura morbosa delle mie gravi infiammazioni laringo tracheidali, faringeo nasali, ho la testa bassa e i muscoli contratti per una sinusite cronica, ho male alla schiena e devo tagliarmi le unghie, un dito non si alza e ho la caviglia gonfia da due anni, quando caddi a Roma, mentre un branco di fedeli accompagnavano il cadavere del Papa a Tor Vergata, tanta fatica per nulla.
Maledetti privilegiati, l’élite dei santi che un giorno di festa è per tutti e mai per ciascuno, però i santi sono pochi e santi, tutti gli altri son morti e basta. E non festeggiano l’evento.
E io, che son maledetto, son maledetto e lungi dall’esser santo mi appresto lentamente, poco gentilmente a morire, per suicidio mentale con le nipponiche tecniche imparziali della lenta consunzione di tutto ciò che di me è consumabile, in una morte che se è lenta e ben contemplata in ogni suo momento corrosivo, in un procedere del dente canino, preciso e crudele, a crudo, fa la pelle corrotta e scrupolosamente la penetra fino alla fuoriuscita del sangue dal foro in una bolla che scoppia, precisamente, regolarmente, nel tempo che le gonfia e le moltiplica, così dal foro nel calamaio intingo il pennino e a valle trascino prima di lasciarvi le mie mucche sulla piana bianca del foglio quando è tempo di transumanza dal pascolo alla pianura, mentre nella fabbrica di produzione e sterilizzazione delle idee, nel flusso del gastro e passionale, c’è una danza dei globuli bianchi e rossi, poiché con la stretta di una mano si uccide e si ama nello stesso momento e con l’altra si posa la carezza mortale sui capelli d’oro di un ragazzo impaurito da se stesso e dalle cattoliche intimidazioni di un padre ignorante e di una madre intransigente, che con gli occhi che ardono di dolore non trovano che il muro e non il cielo che vi è dietro.
Non lontano da qui, c’è un luogo più avanti in cui cercare la propria dignità, come ben sappiamo fare.
Non lontano da qui c’è un posto nomade, una terra che si sposta e che in ogni direzione verso la quale ci spostiamo, là e non altrove, diviene nostra mèta, lontano dai rumori degli sguardi, quelli spariti dai vostri occhi, sulle facce sconosciute tra quelle conosciute.
Gli acquitrini e le sabbie mobili sono spesso un buon modo di annegare, poiché danno il tempo di pensare, di riflettere e capire, rimpianger con rimorsi per non aver prima ragionato su quale fosse quella via che era strada impervia ma non mortale, scavalcata dalla fretta, dall’urgenza di tagliare, di sfuggire alla marcia dolorosa.
E il dimenarsi inutile del corpo che scuote i propri arti è controproducente, mai di qui se ne esce vivi; ma si guarda esterrefatto, con il tempo che rimaneva, sufficiente solo a ciò che basta per provare una paura mai vissuta, tutto il tempo per guardare, immagina come sarà respirare sabbia fitta.
E come le zampe di gallina gli artigli dell’intelligenza si aggrappano a ciò che rimane, come il corvo e il pavone e il falco di lontano che si fermano per la preda.
Ciascuno ha il suo mestiere.
Uno cerca di tagliare in due una stella, uno cerca di pulire bene la sua strada.
Ma chi cerca di regalare ciò che ha fatto con amore ha vinto la sfida più avvincente.
Qui lavorano bene.
Qui si prendono cura di te.
Qui, ancora voyeur, guardo i volti sciolti dal piacere esternare le espressioni di chi ha ricevuto quelle attenzioni delle mani agili della mente fantasiosa, l’occhio eccitato dalle cromatiche ardite variazioni, la bocca che muove piano i propri muscoli, con gli sguardi di consenso che si incontrano e eccitati si raccontano dell’espressione immensa dell’aroma del tartufo avviluppato nel suo germe, sciolto sotto il palato, con il suo calamaro e la nocciola.
E nelle mezze ore di vacanze accumulate sulle oltre metà, ché nel periodo di degenza anche la muffa dell’animo è comunque forma di vita.
E partecipe, in te, corpo accogliente, l’acaro prolifera e rilascia le sue uova, fino a che il tempo della notte sia soppesato istante per istante, attraverso il senso stuzzicato, il prurito insostenibile, il malefico indicatore della vita che si manifesta nello stomaco dei parassiti che si dimenano e si riproducono, nel sabba oscuro della piccola danza delle minuscole protuberanze delle bestiole scatenate nel mistero cutaneo delle bolle e delle pieghe della pelle raggrinzita e delle dita isteriche che grattano piastrine, scorticano e graffiano, nelle abrasioni provocate dall’insofferenza delle 3, delle 4, delle 5 del mattino, quando è meglio svegliarsi all’alba che impazzire a ballare con gli acari.
E a punta di spillo gli aghi sottili e invisibili ti stuzzicano dove meno te lo aspetti, con violenza e le unghie accanite scortichi il malessere, cerchi l’ospite maleducato con ossessione violenta, prima sulle mani, dove alcune bolle già evidenti tra le dita appaiono con rapida espansione, poi tutto a un tratto sulle caviglie ti senti rosicchiare, mentre nell’inguine giù un formicolio, come piattole annidiate sottopalle scavano con le zampette instancabili, in un lampo ti porta la mano a cercare spasmodico sollievo.
Poi d’un tratto più nulla.
Già giorno, l’acaro malefico riposa.
Ma la pausa è solo illusione.

 

La nebbia dell’umanità, alle 7 del mattino

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Gli zombi delle sette del mattino deambulano in stazione, come pazzoidi rinchiusi in una stanza, si spostano qua e là, compra il giornale, corri al bar, le sigarette, il telefono suona, trangugia il caffè, si strozza con una pasta del giorno prima, cartoni alti e fragili, tutta la crema, farcia industriale al sapore di vaniglia, sguscia dal cannolo, si spalma sul fazzolettino e via nel cestino, di corsa al treno, binario 18, brandendo il biglietto, afferrato al braccio dello zombi asiatico, categoria donna.
“La Spezia, La Spezia!”, dice zombi donna.
“La Spezia, La Spezia!”, ripeti tu.
“Dove La Spezia”, insiste zombi donna.
Grande pannello dei treni Arrivi e Partenze. Il fascino delle coincidenze.
La Spezia – grande, palese, là in alto, in terza fila, troneggia sul pannello degli orari.
La Spezia. Treno regionale xxz, ore 7.35, binario 4.
Indichi a zombi donna un tabaccaio, per comprare due occhi nuovi.
E corri di qua, il treno è in orario?, e corri di là, cambio bar, morti in cravatta, dentro le giacche e la pelle morta giace il cuore spento, mentre la frusta li porta verso il binario sette.
Regionale per Venezia delle 7 e 25.
Bianco, bianco, bianco come un cencio, orrendamente adolescente, sfatto, stravaccato sul sedile, la guancia schiacciata contro il poggiatesta, ronfa senza gloria le sue fatiche di una notte insonne, sotto la spoglia aiuola dei suoi ridicoli baffetti in erba.
Si apre la porta, con ansia la vecchia piena di attualità stampata sui suoi fogli di giornale cammina china, i quotidiani tra le braccia, peso notevole, Berlusconi dietro ha fiducia, santi numi, ce la fa anche questa volta, Lele e Fabrizio come Albano e Romina, ma proprio ieri sera mi sono detto che ho qualcosa di meglio a cui pensare, la ragazza sognatrice osserva il paesaggio, tra il paesaggio e il finestrino la sua immagine riflessa, come in una canzone di Vasco o di Venditti, riflette introspettiva, nel suo angolo, sicura di non essere osservata si scruta, cerca dentro, ispeziona con le dita cosa accade nel piccolo mondo delle sue narici oscure.
Assaggia.
Treviglio.
Nebbia. Nebbia fitta.
Crema.

 

 

 

 

Come in sogno

2gennaio2015

E in quel sogno ritrovò un mondo antico, in una reminiscenza arcana di cui ormai aveva perso la memoria.
Vi era una luce immensa, il sole alto in cielo restituiva agli oggetti i loro colori più vivi, non più foglie ma un manto di erba giovane, la folta chioma degli alberi a stagliarvi le loro ombre animate, la brezza mite cullava stormi di volatili bianchi, che planavano in picchiata, sfiorando i fiori del prato magico della primavera autunnale.
E proprio sotto un albero, appoggiato al tronco robusto, innanzi a questo splendore si addormentò.
E dove sono mai? Nel sogno del sogno.
Guarda là.
Eccolo nello sprofondo onirico aprire gli occhi, contrastando la sua natura.
Guardati.
Allora guardò. Un tronco mozzo. Un ragazzo uguale a lui, la maschera in volto.
Guardalo. Cosa stai facendo?
Cosa sta facendo?
Niente applausi. La gente crea il vuoto, tutto intorno.
Appoggiato all’albero viene risvegliato da un presentimento. Il fiore è sempre stato qui. Bastava avere il coraggio di cambiare.
Il tuo fiore sarà la bellezza che ti ridarà la luna, con il suo profumo.
Si svegliò. Di corsa allora corse al suo tronco. E scrisse, e scrisse e scrisse ancora e non riusciva a fermarsi più. Rileggendo le sue stesse parole, poteva toccare, come fosse corpo reale, il profumo di quel fiore che per la prima volta gli era apparso.
“Il fiore è sempre stato qui. È sempre stato qui”, diceva toccandosi il cuore. “Bastava trovare le parole per raccontare la bellezza, le parole sole che sono tutto quello che ho.
Dare tutto quello che ho alla terra, alla terra del mio fiore”.
Scrisse per lui migliaia di parole. Forse non erano le più belle che avesse mai scritto, ma erano sincere ed erano vere. E questo le rendeva belle.
“Dare tutto quello che ho”, si ripeteva, “dare tutto quello che sono”.
Terminato il suo scritto, con le mani scavò una buca di fianco al tronco mozzo.
Si sedette.
E nutrì la terra del suo sangue.
“Com’è dolce, guardarmi morire”, si disse osservando il proprio corpo esangue accasciato di fianco al solco.
Una primavera autunnale, dunque, gli schiuse gli occhi. Vi era il fiore, davanti a lui. Stupito, meravigliato, innamorato.
Dove c’è un fiore c’è anche il sole. Fu così che il cielo si aprì, in un impeto del vento che sollevò dal suolo centinaia di migliaia di foglie secche e di sorrisi di cartapesta e li spazzò via lontano.
L’inverno si accese di primavera.
E che sollievo dell’anima potersi sdraiare sul prato, accanto ai petali dell’amato fiore.
Tutto il resto svanito.
Era il suo giardino segreto. Lo guardò con tenerezza lievemente oscillare.
E finalmente, lo baciò.

 

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