Bedobidubida

NA-NA-NA-NAI. Testi di Davide Bergonzoni.

Ruvido saturday night

È difficile spiegare come è possibile osservare e capire senza necessariamente giudicare. Una donna serpente canta strisciante sopra il palco affascinante, nel locale che fa mostra di sé con sfoggio di luci stroboscopiche eccitate dal sound e dalle danzanti presenze di vip intirizziti dall’arroganza dell’immagine, del vizio e della sovrabbondante ricchezza. Pretenziosi riti di magnificenza mi fanno sorridere, la semplicità dell’animo e i silenzi del mio cervello, tra il caos e la smodatezza dei belli e dei semispropositati, prorompenti tra i lembi aperti delle camicie bianche delle donne vuote che pretendono che io mi allontani dal loro divano stupido e rosso e alquanto prenotato. Ma mi distrae meglio e con maggior successo la voce insinuante, vorace e melliflua della serpe da palscoscenico. Bellissima. Sopra le righe. Canta con la voce. Con la voce pulita. Con le mani agili, sopra la testa acrobate, toccano il vuoto e i cambiamenti di tempo. Di fronte il nulla, centinaia di persone, una ragazza trentenne, da sola tra le amiche, gli occhi circondati da una montatura nerolampante, da segretaria ribelle, con l’abito nero che accompagna la danza e lo scambio di movimenti fluidi sopra note sincere e fuori luogo, nello squallore brillante ed eclatante e nel rumore inascoltabile del cigolio dei portoni che indicano l’accesso e l’entrata per le stanze eccitate negli spazi colmi di arroganza tra le pareti di questo locale.

Paesaggio di reminiscenze antiche

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E ancor non dormo e in pochi minuti mi perdo come il peggior romantico con lo sguardo basso nel cielo verde e ciano, con le sue nuvolette smarrite che sbuffano di rosa nelle risaie di Novara, a tratti più fitte di un verde acceso, in altri lacustri e limpide, in altri ancora acquitrini e pozzanghere poi aridi, a lasciare spazio ad altri campi e a filari di alberi, tra le basse case e malandate, stanche le mura, Vercelli a poche centinaia di metri.

2006

Accostamenti

La triglia.
Una brunoise di patate e piquillo, mandorle tostate, la quenelle di prezzemolo, la crema all’aglio al nero di seppia, una maionese classica, scorza di limone.

Il branzino.
In tartare, cerfoglio, nocciole, crema di finocchio, julienne di carciofini e scorza di limoni confit.

L’orata.
Il risotto mantecato alla crema di carciofi, olive, brunoise cruda di sedano, crudo di scampi, cotto di scampi in mantecatura, julienne di mentuccia, scaglie di foie gras.

Ostrica pochée in brodo di pollo aromatizzato al cumino, pepe nero e scorza d’arancia, crema di sedano rapa, (radicchio cremoso oppure scottato), schiuma di Guinness.

Risotto mantecato alla crema di finocchio, condimento di alici marinate al prezzemolo, tonno micuit, scorza di limone.

La capasanta in insalata russa autunnale. Sedano rapa, topinambur e patate, una maionese classica all’olio ligure, maionese al nero di seppia, purea di prezzemolo. Mandorle tostate.

Spaghetti al tuorlo d’uovo, mantecati con una lingua densa di corallo di capesante, capesante crude, cozze e ricci di mare. Prezzemolo fritto.

Polpa di granchio al naturale, al cerfoglio, profumata al limone, cuori di carciofo grattugiati. Un brodo di telline profumato all’arancia. Zenzero in infusione.

Capasanta arrostita, puré di spinaci, crema di zafferano e curcuma, tuile di risotto.

Crema all’uovo sodo, gamberi rossi, caviale.

Pomodoro cuore di bue, olio, Sencha tea.

Piccione, datteri, gorgonzola, rapa rossa.

On the way to Noma

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Abbiamo sentito l’odore di Smørrebrød da più di tre mesi a questa parte.
L’importanza che conferisco al cibo non può più fermarsi all’idea di alimentazione. La attenuerei, ma non si ferma nemmeno per un attimo.
L’idea che ho del cibo, non è un’idea. È un atto. È mangiare. È preparare, è organizzare, è prendersi la briga di andare a cercare un prodotto, il migliore che si possa avere, è rispettarlo preparando qualcosa di molto buono, è sistemarlo su un piatto, carinamente, perché il dono sia bello, su una bella tavola, è duro lavoro, è fatica per regalare qualcosa a qualcuno che ami.
Il cibo è cultura, è uno specchio che riflette tutto quanto sia entrato in contatto con la terra. Come la parola scritta, è testimone di numerosi passaggi su quella che crediamo essere la nostra terra.
Il cibo riempie i sensi, ma se è preparato con amore, con generosità, con passione, con genialità, il cibo riempie l’anima.
Un piatto può far piangere.
Il cibo è viaggio, come il viaggio che ci apprestiamo ad intraprendere. Il cibo è immaginare che tutte quelle mani si stanno già muovendo per noi.
Andiamo al ristorante.
Andiamo al ristorante perché vogliamo stare bene. Stare bene insieme. Vogliamo attivare i sensi. Vogliamo farli viaggiare. Vogliamo sentire altre cose.
Chi è in grado di farci sentire ciò che i nostri sensi non avevano ancora colto fino ad ora, sta facendo una magia. Oh stupore! Forse una piccola lezione, o una risata incontrollabile.
Dico che noi viviamo questo perché vi sto portando con me. Per sua stessa natura, l’esperienza deve essere condivisa. E il pasto è tutto quanto è condiviso.
È cominciato tre mesi fa con un sentore di Smørrebrød. L’odore è sempre più intenso.
Il pasto è l’esperienza nella sua totalità, nella sua progettualità, nel piacere di condividere una gioia. Il pasto è già cominciato, era già iniziato da un pezzo, nelle parole di René, nei dubbi di Laura, nella titubanza di Carlotta, ancora questa paura, di non capire, di non arrivare alla fine del piacere. Allora forse non dovremmo mai prendere un aereo, non dovremmo mai visitare un mondo nuovo.
Eccoci qui, al pasto cominciato da mesi. Eccoci sull’aereo. Parlano già danese. Sono già molto biondi. I motori si scaldano. L’aereo si muove. L’aereo vola e così, come nei sogni più golosi di un bambino, la coltre di nubi non è altro che un morbido e zuccherato manto di soffice panna montata.

maggio 2012

 

Cavallo bianco

Ha voce sottile, qualche sguardo fugace, si ferma qua e là, abbassandosi con la scusa della luce troppo invadente di un sole cocente di fine aprile.
La signora a fianco poteva essere il ponte umano tra lui e me, una scusa qualsiasi per guardare nella mia direzione, commentando senza interesse le sensazionali previsioni del tempo dell’omonimo giornale che lei, desiderosa, sfogliava svogliatamente, sperando in una conversazione a due col timido brizzolato, la giacca blu abbotonata, i bottoni dorati rilucenti, un’eleganza di altri tempi, un profumo sconsideratamente presente, una fede sfoggiata senza troppo entusiasmo. La fronte imperlata di sudore, un ultimo sguardo verso di me, una parola alla signora.
E via. A mai più.
Venticinque gradi. La signora ordina un caffè all’americana bello fumante e si accende una di quelle sigarette lunghe, lunghissime, che non finiscono più. Stretta avidamente tra le piccole dita sottili e giallastre, i finti gioielli arrichiscono il gesto – una firma al polso è un segno di libertà -, tra due fessure di pelle rossastra cotta dal sole e dalle troppe lune a cielo aperto, gli occhi verdi mi chiamano, mi cercano, trovano un primo contatto, la voce esile mi chiede: “Pourret-vous me garder la place? Je reviens”.
Si brucia la lingua. Il cuore è arso sotto al sole, secco, secco, secco di solitudine. Una gonna sconcia, le gambe accavallate, il piede fasciato, un alluce abnorme.
Elle s’en va, le ventre avant tout, le gros ventre malade avant elle, l’effort la conduit.
Mi arrogo il diritto di guardarla, di osservarla, di analizzarla, di credere di capirla. Mi sono arrogato tutti i diritti del mondo, il diritto di tradire, il diritto di mentire, il diritto di mentirmi e il diritto di tradirmi.
Ho preso la mia vita in mano. E l’ho gettata via, lontano, molto lontano, ne ho costruito un’altra e un’altra ancora e quando non ne avevo più me ne sono inventata una.
Ora che l’ho distrutta, con le mie mani disintegrata, con tutte le droghe del mio cervello annientata, ora, faccio con quello che ho, faccio con quello che mi rimane. Mi sono annientato. Ricomincio da me. Ricomincio da zero.
Zero è tanto. Un neonato è zero, ha zero, può riempire lo spazio, può cercare lo spazio, può ridere e piangere, ha di nuovo tutti i diritti. Ha il diritto di crescere. Tutti devono avere il diritto di crescere. Di elargire. Di essere zero.
Ciascuno ha il diritto di avere paura, ciascuno ha il diritto di chiedere perdono.
L’apatia è una guancia asciugata a vita da una lacrima che non si smette di piangere, di fronte a uno specchio in cui si guarda una parte di sé, un augurio nascosto, quella guancia bagnata, quella vena sull’occhio, quella lacrima asciugata, di quell’occhio bagnato, che si fissa senza tregua.
Ciascuno ha il diritto di fallire.
Non è colpa di nessuno.
È colpa tua.
Ti ho spiato attraverso il mio bicchiere. E sembrava tutto uguale. Quasi tutto normale. Tutto storto. Piegato sulla sedia del locale, le risa smodate, il tempo che passa, una sbronza perenne, un’indigestione temporale.
Ti ho sognato, per fortuna, in quell’altro mondo al contrario, dall’altra parte della mia vita, dietro al cranio, nella notte, nella notte del mio cervello. Ti amo ogni volta che riaffiori. Ti amo ogni notte. Nel pensiero sdolcinato della melassa dei primordi, nel desiderio sfrenato di amore e in quella paura di amare, ti ho portato su di un cavallo bianco, ti ho fatto cavalcare.
Io ti porto via con me.
C’era una prateria, una prateria sconfinata. Si cavalca.
Si cavalca.
Già allora, non avrei saputo dove portarti. Ancora adesso, non so dove portarti.
Non c’è più il cervello.
Ma lascia che ti guardi, almeno attraverso al bicchiere, tramite l’illusione, o quantomeno il sogno, una scialuppa di salvataggio.
Non conosco cosa sia la fatica.
Non ho mai faticato realmente.
Lascia che ti abbracci, non importa cosa dico, non importa cosa dicono, lascia che ti guardi, lascia che ti pensi, non mi importa cosa dici, in un modo o nell’altro io ti ho portato via con me. Tu sei forte di me.
Ingannare l’attesa scrivendo è un atto sconsiderato e assurdo: ti rendi partecipe del tuo moto, fissi lo specchio, scruti il bicchiere, fino a che tutto il tuo mondo coincide con il resto. Di nuovo tutto storto. Non si tratta di una cosa molto seria.
Quanto ancora dovrò trovare delle scuse. Nell’ingenuità di una calligrafia adolescenziale lo avevo scritto a chiare parole.
Se hai fame, il tuo volto mostrificato ne assume le sembianze, diventa la sua essenza, muta in terrore.

 

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même sur le bout d’une cuiller on peut trouver de l’amour – metti una volta chez Pierre Gagnaire (2008)

pgDans le temps on est aimés. Dans le temps on aime.

Dans le temps on apprend qu’il y a un dieu pour chacun parmi nous. Que ne l’on reconnaît pas toute de suite, ainsi comme d’un dieu on ne reconnaît pas la forme. Pas de visage. Pas de corps. Juste le bruit d’un cœur qui fait trembler la poitrine, d’un cœur qui des yeux fait tomber les larmes. Ce dieu est dans nos mains. C’est nous. C’est l’espoir, c’est notre capacité de remonter la pente, c’est notre envie d’aimer, de donner l’amour à notre façon, de rendre beau pour ceux qui nous entourent ce que l’on touche avec nos mains, ce que l’on regarde, ce que l’on observe trop vite avec les yeux, les choses normales qui font partie de la nature, qui nous échappent, tout ce que ne l’on regarde jamais assez. Et c’est dieu, c’est bien plus que Dieu. Ce sont des êtres humains, qui souffrent, qui se donnent de la peine pour vivre avec leur peau, leurs yeux, leurs doigts, leurs larmes.
Et qui nous donnent des émotions.
Ce dieu, c’est la force que l’on a de ne jamais rendre la langue au chat.
Louis Roderer.
Macon Uchizy Maranches 2005.
Souvent on dit qu’on vit un voyage qui nous amènes au passé, quand on est assis à une grande table, qui nous fait revivre des émotions que l’on a vécue pendant notre enfance, lors de nos premiers pas dans la vie.
Et bien, en ce qui me concerne ça n’a pas été la même chose. Moi j’ai voyagé dans le futur. Et ce voyage, je ne l’aurais pas voulu l’endommager avec mes mots, mais c’est le seul moyen à ma disposition pour que ça reste en moi, en moi et, j’ai la présomption de le dire, vous, monsieur Gagnaire, c’est aussi le seul moyen avec lequel je suis en train d’essayer de gagner ma vie, en donnant des couleurs, des émotions, de l’amour à ma façon.
J’avais commencé à écrire, mais le voyage venait de commencer à son tour. Donc voilà la première difficulté pour ceux qui transforment les instants en histoire. Comment est-ce que l’on peut décrire un moment de notre vie, si on l’a pas vécu ? Soit on le décrit, on traduit les instants en lettre, comme les secondes qui scandent les heures et on raconte les heures avec les mots, et avec nos phrases on peint la feuille blanche en donnant la possibilité de faire vivre de nouveau la même expérience qui nous frappe maintenant, à ceux qui pourront la revivre après grâce à ce que l’on à écrit. Mais en décrivant, on aura aussi perdu l’instant; soit on décide de le vivre jusqu’au bout, sans l’interpréter, sans le traduire, sans écrire entre temps, en décidant de le faire une fois qu’il sera terminé, sur la route, sur la table, dans notre cœur.
C’est pour cela que j’avais commencé à chercher le moyen de raconter vos herbes, la parfum de l’aneth et les agrumes, le pouvoir de séduction d’un fruit étonnant, l’olive, vital, succulent, dont on fait métaphore de paix.
Je voulais raconter de l’amour, c’est bizarre, mais ça peut arriver, de l’amour que j’ai trouvé sur le bout de ma cuiller (même sur le bout d’une cuiller on peut trouver de l’amour), dès qu’une point de jus de rhubarbe a envahi ma bouche, en me fumant les emotions, en les gâtant (je me disait « j’en voudrait un litre à boire, tout simplement ça, que du jus de rhubarbe », pendant que les serveurs on du observer mes grimaces de plaisir, en croyant que j’étais pas très normal).
Je voulais raconter les malices de l’estragon, de l’ironie des vos rouelles d’oignon, de la simplicité de la nature, dans le petit pot où je me suis plongé, là où il y avaient cachées les fèves, parmi les petits pois et le bruits des grenouilles, qui n’auraient jamais voulu ce libérer de leur manteau de polenta, avec lequel vous les avez élégamment couverte.
Et de la crème de grenailles (je ne connaissais pas ce vin là, le Pineau de Charentes, ça a été une belle émotion), de l’asperge et de la cardamome, de la stupéfiante huître au milieu de l’assiette, de l’amarante, dont je ne connaissais pas la saveur, ni la consistance.
De la finesse des fromages.
De la folie des desserts.
Mais tout ça, je ne peux pas le décrire.
Donc je vous dis ce qui compte pour moi. J’étais chez vous, tout seul, vendredi 9 mai, parce-que j’avais quelques choses de très importante à fêter. Ma liberté. Il y a trois années, je me trouvais de l’autre coté des Champs Elysées, sans même pas un euro dans mes poches, en écrivant, en écrivant, en écrivant ma vie, les gens, l’amour, la haine. Mon but c’était de ressusciter, puisque parfois la vie t’oblige à se faire vivre, jusqu’au bout, jusqu’au fond.
Puis… comment le dire… j’ai remonté la pente… jusqu’à l’arche de triomphe, après trois ans jusqu’à rue Balzac. Jusqu’à aujourd’hui. Jusqu’à ici, table lelong 6, en ayant pas les mots pour vous remercier pour tout ce que vous m’avez donné, pour vous expliquer les sens des larmes que j’ai du retenir.

Je suis désolé d’avoir eu besoin de vous écrire tout ça et de vous avoir volé du temps. Mais c’était pour moi très important que vous sachiez que ce que vous donné aux gens que vous accueillez, ça n’a rien à voir avec l’alimentation, ni avec la bonne restauration, ni avec la haute cuisine, que je connais très bien. Ici, j’ai vécu une expérience, qui s’est mélangée avec le reste de ma vie, qui m’a transporté ailleurs, dans mon cœur, qui m’a donnée de la force, du courage, qui m’a poussé a continuer à croire que l’on amant, on donnant ses efforces, on donnant de la beauté aux personnes qui nous entourent, on fera tout ce qu’il faut pour être orgueilleux de notre vie.
Si votre but, Monsieur Gagnaire, c’est de donner de l’Amour, vous avez gagné.
C’est en tout cas ce que j’ai reçu en rue Balzac, lors de ma meilleure expérience culinaire de ma vie.

Je voudrais aussi remercier toute l’équipe qui s’est occupée de moi, en particulier le serveur qui a été bien patient avec mes compliments et qui m’a aussi permis de me congratuler avec votre second chef, ainsi que le sommelier, qui m’a suivi jusqu’à la fin en respectant mes goûts et mes exigences.

Mes sincères salutation.
Mes sincères remerciement.

Grazie di cuore

Quando andrò al mio funerale vi offrirò da bere.

L’assenza dell’uomo, di un luogo in cui l’uomo come me possa esistere, (di) un anelito di vita che mi consegni la consapevolezza di non essere morto, mi consegni una landa di solitudine in cui la mia pazzia possa vivere il soliloquio della mia tristezza e osservare silenziosi spazi trasformarsi nel vuoto e nel nulla, uno ad uno, serenamente morire.
Siamo più di sei miliardi di persone sole, che si sentono vicine.
Melodie di violini, fendenti, mi tagliano le vene.
Più di sei miliardi di persone, meno una, sola, si sentono vicine le une con le altre.
Tintinnanti colpi di pianoforte battono come pioggia sulla onnipotente, statica, unica mia solitudine.
Questo sono io. Questo è il mio show. Questo è il mio strazio per voi, completamente pazzo.
Quando andrò al mio funerale vi offrirò da bere.

2003

img_0531Quando cogliamo la neve
sulla terra di monti appoggiati
su sterminate altezze,
le nostre mani,
dai nostri sentimenti arse,
godono del dolore
del paradosso magnetico (magmatico)
dell’amore degli opposti.

Luca era gay, Giuseppe Povia, 2009

Salve. Ho ascoltato un’intervista sulla ormai celebre canzone “Luca era gay”, in cui ci si rasserenava per commenti positivi di alcuni ex omosessuali diventati eterosessuali.
Il problema non è tanto che una persona diventi etero, dopo un passato sessuale differente. E non è nemmeno il fatto che nelle trame delle relazioni umane possa o non possa esistere effettivamente un cambiamento in questo senso. Non ci sono dubbi. Le storie sono tante…
Ma se proprio si voleva trattare di un problema simile, le vie, i modi, le maniere erano molteplici. Non sto certo discutendo della sensibilità artistica, per carità, teoricamente ognuno scrive quello che gli pare, con quel po’ di sensibilità che gli è concessa dalla propria esperienza e con quel tanto di capacità di esprimerla datagli dalla propria intelligenza, e con quella più o meno accentuata lungimiranza commerciale che serve a tutti se vuoi vendere la tua canzone, bella o brutta che sia.
Che sia facile emozionare il popolino, perdonatemi il termine, con una fossa biologica di luoghi comuni, lo sanno tutti. Funziona così, dalla canzonetta d’amore ai bambini che fanno ohohoho.
In ogni caso, il danno è fatto, il disco è venduto, la canzone è discussa, amata, odiata, Povia sorride, successo o meno, sarà sempre un successo. Già. Fossa biologica delle emozioni! Scusatemi tanto, ma la sua canzone, signor Povia, ha tanto fatto scandalo, proprio perché è un manuale di psicologia spiccia, in cui non sono le emozioni (nemmeno quelle “sanremesi”) che vincono, non sono quelle che fanno emozionare o fremere di rabbia, bensì la quantità di banalità implicate, i luoghi comuni che alleggeriscono il pensiero di quei tanti che preferiscono pensare con quel grosso stupido cervello comunitario, che fa della coscienza una gigante poltiglia deforme, nella quale l’intelligenza è bandita, o al peggio diventa sinonimo di furbizia, malizia.
E in questo guazzetto brodoso e grasso dei luoghi comuni, si comincia alla grande, tirando subito in ballo Freud, la madre ossessiva e cornuta, il padre ebete e assente, il silente strazio coniugale, il silenzioso dolore di Luca, il divorzio annunciato, il divorzio!, il padre alcoolizzato, la madre rancorosa che parla male dell’ex marito, che finisce per dire a Luca “Non sposarti mai” (il potere della parola, basta un dictat e il fragile Luca diventa gay), di qui la confusione adolescenziale, il tutto sovente interrotto dal confortante ritornello, in cui Luca è felice come una pasqua, perché adesso sta con lei; poi di nuovo il baratro nell’antro delle banalità, rincarando la dose, la ricerca delle risposte e quando uno dei suoi amici finalmente gli dice “è naturale” lui che studia Freud non la pensa uguale, poi dunque la maturità, l’infelicità, l’uomo grande (già si paventa il mostro ctonio della pedofilia!), fino a raggiungere l’apice della banalità, in cui Luca credeva che fosse amore e invece amore non era, e non solo, era una gara a chi faceva meglio il sesso, lui non riusciva ad essere se stesso, e giù ancora di pedofilia, ché lo spauracchio non bastava, quindi, Luca si sentiva colpevole, pensava “prima o poi lo prendono, ma se spariscono le prove, poi lo assolvono” (per fortuna in Italia, nonostante tutto, c’è qualche omosessuale felice che in gioventù non è stato preda di un pedofilo); ma quando sembra che di banalità e di luoghi comuni non se ne possano mettere più insieme, ecco il momento della lucidità, della consapevolezza di Luca “cercavo negli uomini chi era mio padre, andavo con gli uomini per non tradire mia madre” (forse Luca aveva bisogno di uno psicanalista junghiano) e vaaaaai ancora con il ritornello confortante, che mette tranquille signore e signori, mamme e papà, Luca si sposa, non temete, Luca sta bene, adesso è felice; e come nelle migliori storie, dopo l’incubo viene il lieto fine, Luca parla con il cuore in mano, ora che ha tutto sotto controllo, ci racconta che per quattro anni è stato con un uomo e che spesso si tradivano (già, anche i divorzi sono causati dalla crescente percentuale di omosessuali in Italia e mettere le corna è tipicamente omosessuale). Ma ecco che, mentre Luca cerca la sua verità, nella fossa profonda delle banalità, in una discoteca, trova la sua futura sposa, che non c’entrava niente, che però lo ascoltava, lo spogliava, lo capiva e il giorno dopo rimaneva indelebile nel ricordo di Luca, a tal punto da divenire rapporto concreto, con tanto di progenie.
Ora, Luca perdona il padre, vuole bene alla madre, ma non la ama, perché ormai è monogamo e fedele alla ragazza della discoteca a cui rivolge amore univoco.
Pur essendo felice che Luca finalmente abbia risolto tutti i suoi problemi, dopo aver ascoltato ripetutamente il pezzo, per quella perversa tendenza che si ha nel non poter fare a meno di canticchiare e ricercare morbosamente nel cervello le canzoni che più si detestano, mi sento di dover dire che in questo cazzo di paese l’infelicità è data da ben altro, che se Luca ha avuto un momento di transizione in cui amava persone del proprio sesso (preferisco non commentare gli accenni alla pedofilia, poiché anche quella, come l’amore, non ha sesso), quella sua omosessualità temporanea era il meno che gli potesse accadere. E ancor pur non essendo un fanatico delle polemiche, in questo caso, Giuseppe Povia, te la sei proprio cercata ad arte, con un discreto successo. Storia più estrema non si poteva raccontare.
Non c’è molto da dire. Una storia così, certo che è possibile. Come è vero il contrario; come è vero che spesso un omosessuale è infelice perché non trova terreno fertile nelle sue relazioni umane, perché, spesso, ancora, in questo paese, ci si sente giudicati, ci si sente non tanto diversi (che male ci sarebbe?), ma anormali, ci si vergogna della propria sessualità come fosse un valore, si ha paura, in casi estremi, si subiscono violenze; come è vero che, e so di cosa parlo, proprio di fianco a noi, magari sposati e con figli, o fidanzati con magnifiche ragazze, o ostentanti la propria virile eterosessualità, c’è una moltitudine di gente che la propria bivalenza la nasconde, i propri sentimenti li reprime, le proprie esperienze “alternative” se le fa di nascosto dagli amici, parenti e conoscenti, vive una vita doppia.
Come è vero anche che, nonostante i conservatori, bigotti, benpensanti, nonostante la Chiesa, proprio in questo stesso paese in cui l’ignoranza viene sbandierata su di un palco, giorno per giorno alla televisione, per fortuna, ci sono tante persone, donne o uomini, felici del semplice fatto di amare un’altra persona, uomo o donna che sia, che hanno avuto un passato come tutti, turbolento o meno come tutti, ma che hanno un presente dignitoso, non per le proprie tendenze sessuali, bensì per quello che sono e per quello che valgono.

Nonostante tutto, auguro a Luca tanta felicità, una prole numerosa, a te di vendere tanti dischi, di frequentare uno psicanalista junghiano e di abbandonare Freud e, per finire, un prossimo San Remo con una canzone più umana e più vera, come ad esempio “Il Pippero”.

“Luca era gay” è una canzone brutta, Povia, perché non c’è Amore.

Prima o poi, molto presto

Dov’è la nostra mèta, oggi, si sono aperte nubi gentili,
grigie e bianche,
basse, sopra la testa, consegnano il giusto colore alle colline sottostanti.

Ci inoltriamo, intanto, sulle strade asfaltate
tagliamo con esse il verde dei campi bagnati, la bassa vegetazione,
con le prime secche assopite dall’inverno.

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